Secondo il TAR Lecce, il silenzio della Prefettura sull'accoglienza del richiedente asilo è illegittimo: il tempo come garanzia effettiva
Avv. Fabio Loscerbo
Il diritto all'accoglienza di chi chiede protezione internazionale non può dipendere da un'attesa amministrativa indefinita. Non perché ogni istanza debba essere necessariamente accolta, ma perché il suo esame deve concludersi con una decisione espressa, adottata in tempi coerenti con la funzione delle misure richieste. La sentenza del TAR Puglia, Lecce, Sezione III, 4 febbraio 2026, n. 134, permette di esaminare una questione concreta che considero centrale nella tutela dei richiedenti asilo: la differenza fra il potere della Prefettura di verificare le condizioni dell'accoglienza e la pretesa, non consentita, di lasciare la domanda senza risposta.
La fattispecie: una domanda di accoglienza dopo la perdita dell'ospitalità privata
Il ricorrente, cittadino pakistano, aveva raggiunto l'Italia nel febbraio 2025 dichiarando la volontà di chiedere protezione internazionale. La domanda era stata successivamente formalizzata presso la Questura di Lecce il 18 settembre 2025. In occasione della verbalizzazione aveva indicato un domicilio privato, ma la disponibilità di quella sistemazione era venuta meno poco dopo.
Il 22 settembre 2025, tramite il proprio difensore, aveva quindi trasmesso alla Prefettura di Lecce una richiesta urgente di inserimento in una struttura di accoglienza, rappresentando l'indigenza e l'impossibilità di proseguire l'ospitalità privata. Alla prima istanza non aveva fatto seguito alcuna decisione. Nemmeno il sollecito del 22 ottobre 2025 aveva ottenuto riscontro. L'interessato aveva pertanto proposto ricorso avverso il silenzio-inadempimento per ottenere un provvedimento espresso.
Il caso è rilevante perché mostra una situazione frequente nella pratica: al momento della formalizzazione della domanda di asilo esiste un recapito privato; poche settimane dopo quell'alloggio non è più disponibile. Tale mutamento può rendere necessaria una nuova valutazione delle condizioni materiali di accoglienza. L'indicazione iniziale di un indirizzo non dimostra, di per sé, che il richiedente continui a disporre di mezzi o di un alloggio idoneo.
Il principio espresso dal TAR: sull'istanza occorre provvedere
Il Tribunale ha accolto il ricorso. La motivazione prende le mosse dall'articolo 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, secondo cui il procedimento amministrativo deve essere concluso mediante un provvedimento espresso, salvo le particolari ipotesi regolate dalla legge. Al quadro generale si aggiunge la disciplina dell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale contenuta nel d.lgs. 18 agosto 2015, n. 142, nel contesto delle regole europee pertinenti alla fattispecie.
Il giudizio sul silenzio, tuttavia, non coincide automaticamente con un giudizio sul contenuto della decisione richiesta. Il TAR ha chiarito che il rimedio processuale serve ad accertare l'obbligo dell'amministrazione di pronunciarsi e la sua violazione attraverso una persistente inerzia, anche quando la decisione finale richieda una valutazione amministrativa.
La sentenza ha dichiarato illegittimo il silenzio della Prefettura di Lecce e le ha ordinato di adottare un provvedimento espresso e congruamente motivato entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione della decisione. Ha invece respinto, allo stato, la richiesta di nominare immediatamente un commissario ad acta, non ravvisando elementi sufficienti per presumere una successiva inerzia.
Questa delimitazione è essenziale: il giudice non ha disposto direttamente il collocamento in uno specifico centro, né ha stabilito che il ricorrente soddisfacesse definitivamente tutte le condizioni sostanziali per accedere all'accoglienza. Ha imposto all'amministrazione di decidere, senza predeterminare l'esito della nuova valutazione.
Perché il termine di trenta giorni è particolarmente importante
Il passaggio giuridicamente più interessante riguarda il tempo del procedimento. Il TAR richiama l'orientamento secondo cui, in assenza di un termine diverso validamente previsto, alle domande di accesso alle misure di accoglienza si applica quello generale di trenta giorni, ai sensi dell'articolo 2, comma 2, della legge n. 241/1990. Non ritiene invece applicabile alla fattispecie la prospettiva di un termine di centottanta giorni desunto dalla disciplina generale di alcuni procedimenti in materia di immigrazione.
La ragione non è meramente formale. L'accoglienza assolve una funzione immediata, collegata alla condizione materiale del richiedente durante l'esame della domanda di protezione. Se l'autorità potesse attendere sei mesi prima di pronunciarsi su una richiesta motivata dall'assenza di un alloggio e di mezzi di sostentamento, il procedimento rischierebbe di perdere la propria utilità. Il tempo è parte della garanzia, perché l'esigenza che deve essere valutata sussiste nel presente.
Il TAR richiama, a sostegno della propria lettura, anche il dato secondo cui le misure disciplinate dal d.lgs. n. 142/2015 si applicano a partire dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, secondo quanto previsto dall'articolo 1, comma 2, del testo legislativo esaminato. Resta necessario distinguere il momento in cui viene in rilievo lo statuto del richiedente dalla verifica dei requisiti concreti per ottenere determinate prestazioni di accoglienza.
La tutela pratica: documentare il bisogno e provare l'inerzia
Per l'avvocato che assiste una persona in una situazione simile, la prima esigenza è rendere documentabile l'intera sequenza amministrativa. È utile conservare la manifestazione di volontà e la documentazione relativa alla domanda di protezione internazionale, le comunicazioni alla Questura, l'indirizzo precedentemente indicato, le circostanze che hanno determinato la perdita dell'ospitalità e gli eventuali elementi che attestano l'assenza di risorse economiche.
È altrettanto importante che la richiesta alla Prefettura sia formulata in maniera precisa: identificazione del richiedente, posizione nella procedura d'asilo, situazione alloggiativa attuale, condizioni di indigenza, richiesta espressa di accesso alle misure appropriate e recapiti per la comunicazione della decisione. La prova dell'inoltro e della ricezione, ad esempio mediante ricevute PEC, consente di individuare con maggiore certezza la decorrenza del tempo trascorso senza provvedimento.
Se l'amministrazione non risponde, occorre esaminare le condizioni per il ricorso avverso il silenzio ai sensi degli articoli 31 e 117 del codice del processo amministrativo. Il rimedio non deve essere confuso con un'azione cautelare urgente diretta a ottenere una misura specifica: oggetto, presupposti ed effetti delle due forme di tutela devono essere valutati separatamente. Nei casi caratterizzati da esigenze particolarmente pressanti, la scelta dello strumento processuale non può essere ridotta a un modello standard.
La questione di sistema: distinguere controllo e omissione
La sentenza consente una riflessione più generale. È pienamente legittimo che lo Stato controlli i presupposti dell'accesso alle strutture, accerti l'effettiva indigenza e gestisca le risorse disponibili secondo la legge. Altra cosa è lasciare senza risposta una domanda che segnala l'assenza di una sistemazione e chiede l'intervento dell'autorità competente.
L'amministrazione può motivare l'accoglimento o il rigetto, nel rispetto dei vincoli normativi applicabili. Non può trasformare la mancata decisione in un sistema di selezione di fatto, nel quale la possibilità di ricevere assistenza dipenda dalla capacità del richiedente di resistere materialmente all'attesa. La responsabilità amministrativa si manifesta proprio nella capacità di prendere una decisione controllabile, con una motivazione e in tempi ragionevoli.
La disciplina dell'asilo deve confrontarsi con due esigenze che non sono necessariamente antagoniste: la verifica rigorosa delle condizioni richieste e l'effettività delle garanzie riconosciute. Una domanda priva dei presupposti può essere respinta con motivazione conforme alla legge; una domanda senza risposta non è un esercizio più severo del controllo, ma un mancato esercizio della funzione pubblica.
Conclusione
Il TAR Lecce, con la sentenza n. 134/2026, ribadisce un criterio che merita di essere applicato con coerenza: il diritto a ottenere una decisione non coincide con il diritto a ottenere una decisione favorevole, ma rappresenta una condizione essenziale per poter contestare quella sfavorevole. Nell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale questo principio assume un rilievo particolare. Quando la persona è priva di alloggio e di mezzi, il ritardo può incidere sull'utilità stessa del procedimento. Per questo la legalità amministrativa non si misura soltanto dal contenuto del provvedimento, ma anche dalla sua tempestività.
Pronuncia e fonti verificabili: TAR Puglia, Lecce, Sezione III, sentenza 4 febbraio 2026, n. 134, Presidente Moro, estensore Iacobellis, testo integrale disponibile in EIUS – Giurisprudenza. Legge 7 agosto 1990, n. 241, art. 2; d.lgs. 18 agosto 2015, n. 142, art. 1, comma 2; d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, artt. 31 e 117; direttiva 2013/33/UE nel quadro normativo esaminato dal TAR.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
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