domenica 1 novembre 2026

Secondo il TAR Lecce, il silenzio della Prefettura sull'accoglienza del richiedente asilo è illegittimo: il tempo come garanzia effettiva

Secondo il TAR Lecce, il silenzio della Prefettura sull'accoglienza del richiedente asilo è illegittimo: il tempo come garanzia effettiva

Avv. Fabio Loscerbo

Il diritto all'accoglienza di chi chiede protezione internazionale non può dipendere da un'attesa amministrativa indefinita. Non perché ogni istanza debba essere necessariamente accolta, ma perché il suo esame deve concludersi con una decisione espressa, adottata in tempi coerenti con la funzione delle misure richieste. La sentenza del TAR Puglia, Lecce, Sezione III, 4 febbraio 2026, n. 134, permette di esaminare una questione concreta che considero centrale nella tutela dei richiedenti asilo: la differenza fra il potere della Prefettura di verificare le condizioni dell'accoglienza e la pretesa, non consentita, di lasciare la domanda senza risposta.

La fattispecie: una domanda di accoglienza dopo la perdita dell'ospitalità privata

Il ricorrente, cittadino pakistano, aveva raggiunto l'Italia nel febbraio 2025 dichiarando la volontà di chiedere protezione internazionale. La domanda era stata successivamente formalizzata presso la Questura di Lecce il 18 settembre 2025. In occasione della verbalizzazione aveva indicato un domicilio privato, ma la disponibilità di quella sistemazione era venuta meno poco dopo.

Il 22 settembre 2025, tramite il proprio difensore, aveva quindi trasmesso alla Prefettura di Lecce una richiesta urgente di inserimento in una struttura di accoglienza, rappresentando l'indigenza e l'impossibilità di proseguire l'ospitalità privata. Alla prima istanza non aveva fatto seguito alcuna decisione. Nemmeno il sollecito del 22 ottobre 2025 aveva ottenuto riscontro. L'interessato aveva pertanto proposto ricorso avverso il silenzio-inadempimento per ottenere un provvedimento espresso.

Il caso è rilevante perché mostra una situazione frequente nella pratica: al momento della formalizzazione della domanda di asilo esiste un recapito privato; poche settimane dopo quell'alloggio non è più disponibile. Tale mutamento può rendere necessaria una nuova valutazione delle condizioni materiali di accoglienza. L'indicazione iniziale di un indirizzo non dimostra, di per sé, che il richiedente continui a disporre di mezzi o di un alloggio idoneo.

Il principio espresso dal TAR: sull'istanza occorre provvedere

Il Tribunale ha accolto il ricorso. La motivazione prende le mosse dall'articolo 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, secondo cui il procedimento amministrativo deve essere concluso mediante un provvedimento espresso, salvo le particolari ipotesi regolate dalla legge. Al quadro generale si aggiunge la disciplina dell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale contenuta nel d.lgs. 18 agosto 2015, n. 142, nel contesto delle regole europee pertinenti alla fattispecie.

Il giudizio sul silenzio, tuttavia, non coincide automaticamente con un giudizio sul contenuto della decisione richiesta. Il TAR ha chiarito che il rimedio processuale serve ad accertare l'obbligo dell'amministrazione di pronunciarsi e la sua violazione attraverso una persistente inerzia, anche quando la decisione finale richieda una valutazione amministrativa.

La sentenza ha dichiarato illegittimo il silenzio della Prefettura di Lecce e le ha ordinato di adottare un provvedimento espresso e congruamente motivato entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione della decisione. Ha invece respinto, allo stato, la richiesta di nominare immediatamente un commissario ad acta, non ravvisando elementi sufficienti per presumere una successiva inerzia.

Questa delimitazione è essenziale: il giudice non ha disposto direttamente il collocamento in uno specifico centro, né ha stabilito che il ricorrente soddisfacesse definitivamente tutte le condizioni sostanziali per accedere all'accoglienza. Ha imposto all'amministrazione di decidere, senza predeterminare l'esito della nuova valutazione.

Perché il termine di trenta giorni è particolarmente importante

Il passaggio giuridicamente più interessante riguarda il tempo del procedimento. Il TAR richiama l'orientamento secondo cui, in assenza di un termine diverso validamente previsto, alle domande di accesso alle misure di accoglienza si applica quello generale di trenta giorni, ai sensi dell'articolo 2, comma 2, della legge n. 241/1990. Non ritiene invece applicabile alla fattispecie la prospettiva di un termine di centottanta giorni desunto dalla disciplina generale di alcuni procedimenti in materia di immigrazione.

La ragione non è meramente formale. L'accoglienza assolve una funzione immediata, collegata alla condizione materiale del richiedente durante l'esame della domanda di protezione. Se l'autorità potesse attendere sei mesi prima di pronunciarsi su una richiesta motivata dall'assenza di un alloggio e di mezzi di sostentamento, il procedimento rischierebbe di perdere la propria utilità. Il tempo è parte della garanzia, perché l'esigenza che deve essere valutata sussiste nel presente.

Il TAR richiama, a sostegno della propria lettura, anche il dato secondo cui le misure disciplinate dal d.lgs. n. 142/2015 si applicano a partire dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, secondo quanto previsto dall'articolo 1, comma 2, del testo legislativo esaminato. Resta necessario distinguere il momento in cui viene in rilievo lo statuto del richiedente dalla verifica dei requisiti concreti per ottenere determinate prestazioni di accoglienza.

La tutela pratica: documentare il bisogno e provare l'inerzia

Per l'avvocato che assiste una persona in una situazione simile, la prima esigenza è rendere documentabile l'intera sequenza amministrativa. È utile conservare la manifestazione di volontà e la documentazione relativa alla domanda di protezione internazionale, le comunicazioni alla Questura, l'indirizzo precedentemente indicato, le circostanze che hanno determinato la perdita dell'ospitalità e gli eventuali elementi che attestano l'assenza di risorse economiche.

È altrettanto importante che la richiesta alla Prefettura sia formulata in maniera precisa: identificazione del richiedente, posizione nella procedura d'asilo, situazione alloggiativa attuale, condizioni di indigenza, richiesta espressa di accesso alle misure appropriate e recapiti per la comunicazione della decisione. La prova dell'inoltro e della ricezione, ad esempio mediante ricevute PEC, consente di individuare con maggiore certezza la decorrenza del tempo trascorso senza provvedimento.

Se l'amministrazione non risponde, occorre esaminare le condizioni per il ricorso avverso il silenzio ai sensi degli articoli 31 e 117 del codice del processo amministrativo. Il rimedio non deve essere confuso con un'azione cautelare urgente diretta a ottenere una misura specifica: oggetto, presupposti ed effetti delle due forme di tutela devono essere valutati separatamente. Nei casi caratterizzati da esigenze particolarmente pressanti, la scelta dello strumento processuale non può essere ridotta a un modello standard.

La questione di sistema: distinguere controllo e omissione

La sentenza consente una riflessione più generale. È pienamente legittimo che lo Stato controlli i presupposti dell'accesso alle strutture, accerti l'effettiva indigenza e gestisca le risorse disponibili secondo la legge. Altra cosa è lasciare senza risposta una domanda che segnala l'assenza di una sistemazione e chiede l'intervento dell'autorità competente.

L'amministrazione può motivare l'accoglimento o il rigetto, nel rispetto dei vincoli normativi applicabili. Non può trasformare la mancata decisione in un sistema di selezione di fatto, nel quale la possibilità di ricevere assistenza dipenda dalla capacità del richiedente di resistere materialmente all'attesa. La responsabilità amministrativa si manifesta proprio nella capacità di prendere una decisione controllabile, con una motivazione e in tempi ragionevoli.

La disciplina dell'asilo deve confrontarsi con due esigenze che non sono necessariamente antagoniste: la verifica rigorosa delle condizioni richieste e l'effettività delle garanzie riconosciute. Una domanda priva dei presupposti può essere respinta con motivazione conforme alla legge; una domanda senza risposta non è un esercizio più severo del controllo, ma un mancato esercizio della funzione pubblica.

Conclusione

Il TAR Lecce, con la sentenza n. 134/2026, ribadisce un criterio che merita di essere applicato con coerenza: il diritto a ottenere una decisione non coincide con il diritto a ottenere una decisione favorevole, ma rappresenta una condizione essenziale per poter contestare quella sfavorevole. Nell'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale questo principio assume un rilievo particolare. Quando la persona è priva di alloggio e di mezzi, il ritardo può incidere sull'utilità stessa del procedimento. Per questo la legalità amministrativa non si misura soltanto dal contenuto del provvedimento, ma anche dalla sua tempestività.

Pronuncia e fonti verificabili: TAR Puglia, Lecce, Sezione III, sentenza 4 febbraio 2026, n. 134, Presidente Moro, estensore Iacobellis, testo integrale disponibile in EIUS – Giurisprudenza. Legge 7 agosto 1990, n. 241, art. 2; d.lgs. 18 agosto 2015, n. 142, art. 1, comma 2; d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, artt. 31 e 117; direttiva 2013/33/UE nel quadro normativo esaminato dal TAR.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.

New on TikTok: Episodio 10 – Mis ingresos son demasiado bajos: la renovación del permiso no siempre es automática Bienvenidos a un nuevo episodio del Podcast Derecho de Inmigración. Soy el abogado Fabio Loscerbo. Los ingresos constituyen uno de los elementos más importantes en muchos procedimientos relacionados con los permisos de residencia en Italia. Sin embargo, hay que evitar un error muy frecuente: pensar que existe un único límite económico por debajo del cual cualquier permiso debe ser automáticamente rechazado. La regulación es más compleja. La legislación italiana de inmigración utiliza el requisito de ingresos en diferentes procedimientos y con distintas funciones. Por eso, la valoración depende en primer lugar del tipo de permiso de residencia solicitado. En la renovación de un permiso por trabajo, por ejemplo, la administración debe comprobar la existencia de las condiciones económicas establecidas por la ley. Pero los ingresos percibidos en un momento determinado no siempre agotan toda la valoración. La trayectoria laboral de la persona, la existencia de nuevos contratos y, en los casos permitidos por la ley, la situación económica de la familia también pueden adquirir relevancia. Las circunstancias sobrevenidas son especialmente importantes. Una persona puede haber tenido ingresos insuficientes durante el año anterior y posteriormente obtener un nuevo contrato de trabajo que cambie completamente su situación económica. Cuando sean relevantes para el procedimiento, estos elementos deben documentarse y comunicarse rápidamente a la administración. También existen situaciones en las que la ley exige una valoración más amplia de la posición del ciudadano extranjero, especialmente cuando existen vínculos familiares u otros intereses protegidos jurídicamente. Esto no significa que el requisito económico pueda ignorarse. Significa que no debe convertirse en una regla automática aplicada de la misma manera a todos los permisos y a todas las situaciones personales. La regla práctica es clara: ante un problema de ingresos hay que comprobar el tipo de permiso solicitado, el requisito económico aplicable y la situación real de la persona en el momento en que la administración adopta su decisión. Soy el abogado Fabio Loscerbo y este es el Podcast Derecho de Inmigración. Nos encontramos en el próximo episodio.

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Selon le TAR de Bologne, renouveler un titre étudiant ne revient pas à demander sa conversion en titre de travail https://ift.tt/fO8H0SR Selon le TAR de Bologne, renouveler un titre étudiant ne revient pas à demander sa conversion en titre de travail Un étudiant étranger trouve un emploi en Italie et souhaite continuer à y vivre. Son activité professionnelle permet-elle de transformer une demande de renouvellement de titre de séjour pour études en demande de titre pour travail ? Selon le Tribunal administratif régional d'Émilie-Romagne, siégeant à Bologne, il faut distinguer soigneusement les deux procédures. L'arrêt du 13 février 2026, n° 254/2026, première section, illustre les conséquences très concrètes d'une demande présentée sous une qualification administrative différente de celle invoquée ensuite devant le juge. Les faits : des études, un renouvellement et un emploi ultérieur Le requérant était entré en Italie avec un visa pour études et avait suivi des cours, sans toutefois réussir d'examen. Il expliquait avoir rencontré des difficultés d'adaptation au système universitaire italien. Son titre de séjour pour études était arrivé à échéance le 31 mars 2024 et une demande avait été présentée le 26 avril 2024. Devant le TAR, l'intéressé soutenait avoir sollicité la conversion de son titre pour études en titre pour travail salarié. Il contestait également l'absence de traduction écrite du refus, l'insuffisance de l'examen de sa situation professionnelle et l'absence d'évaluation d'autres catégories possibles de séjour. L'examen des pièces a cependant conduit le tribunal à une constatation décisive : la présentation d'une véritable demande de conversion n'était pas démontrée. Le document produit comme preuve de la demande de titre n'était qu'un justificatif de paiement. Par ailleurs, la communication préalable au refus et la décision contestée portaient sur le renouvellement du séjour pour études, et non sur sa conversion en séjour pour travail. Le tribunal a également relevé que la première embauche mentionnée par l'employeur était intervenue le 10 septembre 2025, soit après la demande du 26 avril 2024. Ce qu'a effectivement décidé le tribunal Par son arrêt n° 254/2026, le TAR d'Émilie-Romagne, première section, a rejeté le recours dirigé contre le refus de renouvellement. Il n'a pas énoncé une interdiction générale de convertir un titre pour études en titre pour travail. Son raisonnement part au contraire de l'objet exact de la procédure engagée : il n'était pas démontré que l'administration avait été saisie d'une demande de conversion, et elle n'avait donc pas à répondre à une demande qui ne figurait pas dans le dossier. La décision distingue aussi les compétences juridictionnelles. Dans la mesure où le litige concernait également une mesure d'expulsion, le TAR a rappelé que celle-ci relevait de la compétence du juge judiciaire et non de celle du juge administratif. Cette distinction est essentielle pour éviter de choisir une voie de recours inadaptée. Une décision rédigée en italien est-elle automatiquement illégale ? Le requérant reprochait au refus de n'avoir pas été traduit par écrit dans une langue qu'il comprenait. Le TAR a rejeté cet argument dans les circonstances de l'affaire : l'intéressé avait effectivement introduit son recours dans le délai applicable et avait pu développer sa défense. Le procès-verbal de notification indiquait en outre que le contenu de l'acte avait été expliqué oralement avec l'assistance d'un interprète, en présence d'un avocat. La portée de ce raisonnement doit être précisée. L'arrêt ne signifie pas que les garanties linguistiques sont facultatives en toutes circonstances. Il montre qu'un moyen tiré de l'absence de traduction doit être apprécié à la lumière du régime juridique de l'acte et de ses effets concrets sur l'exercice du droit de défense. Les règles applicables à une mesure d'expulsion ne se confondent pas nécessairement avec celles qui régissent un refus de renouvellement du séjour. L'administration doit-elle rechercher spontanément un autre titre de séjour ? Le troisième aspect est particulièrement utile aux personnes ayant changé de parcours. Le requérant reprochait à la Questura de ne pas avoir examiné d'autres possibilités de séjour. Le tribunal a considéré ce grief comme insuffisamment précis : ni le titre alternatif envisagé ni les conditions permettant de l'obtenir n'avaient été clairement exposés et établis. Il a rappelé qu'il n'existe pas, dans le cadre de cette affaire, d'obligation générale imposant à la Questura de rechercher d'office les conditions d'un titre différent, sans demande correspondante de l'intéressé. De surcroît, les éléments relatifs à l'emploi étaient apparus ultérieurement. Une activité professionnelle obtenue après le dépôt d'une demande ne transforme pas rétrospectivement cette demande en procédure de conversion. Conseils pratiques pour les étudiants étrangers et leurs employeurs La première précaution est de identifier avec exactitude la procédure voulue avant le dépôt : renouvellement pour études, conversion en titre pour travail ou demande fondée sur une autre catégorie légale de séjour. Les conditions, les pièces nécessaires, les administrations compétentes et le calendrier peuvent différer. Il convient de consulter la législation en vigueur à la date de la demande, notamment l'article 6 du décret législatif italien n° 286/1998 et les dispositions réglementaires applicables. Il faut ensuite conserver non seulement la preuve du paiement, mais aussi la copie complète de la demande, les accusés de réception et les pièces jointes. Lorsque la conversion repose sur une proposition d'emploi, les éléments utiles à l'examen des conditions légales doivent être documentés : contrat ou offre, situation de l'employeur, dates pertinentes et autres justificatifs requis par la procédure. Si l'administration adresse un preavviso di rigetto, c'est-à-dire une communication préalable exposant les raisons susceptibles de conduire au refus, la réponse doit porter précisément sur ces raisons et fournir les documents pertinents. On ne peut pas présumer qu'une affirmation générale selon laquelle l'intéressé travaille désormais suffira à régler une difficulté liée à l'objet de la demande ou à la chronologie des faits. Enfin, lorsqu'un refus est notifié, il faut distinguer immédiatement le recours contre ce refus de tout recours éventuel contre une expulsion. Les juridictions compétentes et les délais dépendent de la nature de chaque décision. Une consultation rapide du dossier administratif permet souvent d'éviter de construire un recours sur une demande qui, juridiquement, n'a jamais été déposée. La leçon juridique de l'arrêt L'affaire ne porte pas uniquement sur le droit des étudiants à accéder au marché du travail. Elle rappelle une exigence fondamentale du droit administratif italien : la protection juridictionnelle doit partir de la demande réellement soumise à l'administration, des preuves disponibles et des conditions existant aux dates pertinentes. Un changement de situation personnelle peut être juridiquement important, mais il faut le présenter au moyen de la procédure appropriée et dans les conditions prévues par la loi. Décision commentée et source vérifiable : TAR Émilie-Romagne, Bologne, première section, arrêt du 13 février 2026, n° 254/2026, texte de la décision publié sur EIUS – Giurisprudenza. Références normatives principales : décret législatif italien n° 286 du 25 juillet 1998, notamment les articles 5 et 6, dans leurs versions applicables à chaque procédure. Avv. Fabio Loscerbo Avocat habilité à plaider devant la Cour de cassation italienne Inscrit au registre des représentants d'intérêts de la Chambre des députés italienne en matière d'immigration Lobbyiste inscrit au Registre de transparence de l'Union européenne, n° 280782895721-36, dans le domaine des migrations et de l'asile ORCID : 0009-0004-7030-0428 Article rédigé avec le concours d'outils d'intelligence artificielle, sous la direction, la révision et la responsabilité éditoriale de l'auteur. https://ift.tt/HWnyulf

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sabato 31 ottobre 2026

Sipas TAR Lombardia, administrata duhet t'i përgjigjet kërkesës për pritje https://ift.tt/89LBaZW Sipas TAR Lombardia, administrata duhet t'i përgjigjet kërkesës për pritje edhe kur qendrat janë të mbingarkuara TAR Lombardia, seksioni i Brescias, me vendimin nr. 974 të 31 tetorit 2025, ka shqyrtuar mosveprimin e administratës përballë një kërkese për masa pritjeje të paraqitur nga një kërkues i mbrojtjes ndërkombëtare. Çështja ka rëndësi praktike për personat që nuk kanë strehim dhe mjete ekonomike ndërsa presin shqyrtimin e kërkesës së azilit. Faktet Një shtetas pakistanez kishte kërkuar të përfitonte nga sistemi i pritjes sipas dekretit legjislativ 142/2015, duke deklaruar se nuk dispononte mjete jetese. Edhe pse kishte paraqitur kërkesën dhe kishte dërguar disa kujtesa, administrata nuk i dha një përgjigje formale. Ndërkohë ai gjeti strehim të përkohshëm në struktura të organizatave të sektorit të tretë. Qëndrimi i administratës Në proces, autoritetet përmendën mbipopullimin e strukturave të pritjes dhe faktin se kërkuesi ishte në pritje të një vlerësimi nga Njësia Dublin. Këto janë rrethana që mund të ndikojnë organizimin praktik, por gjykata duhej të vendoste nëse ato justifikonin mungesën e plotë të një përgjigjeje ndaj kërkesës. Çfarë vendosi gjykata? TAR konstatoi paligjshmërinë e heshtjes administrative. Ai sqaroi se as mbipopullimi dhe as pritja e procedurës Dublin nuk e çlirojnë administratën nga detyrimi për t'iu përgjigjur kërkesës në afatet e ligjit. Ky është një vendim për detyrimin për të vepruar dhe për të dhënë përgjigje: nuk duhet interpretuar si një premtim se çdo kërkues do të marrë menjëherë një vend në një qendër të caktuar. Çfarë duhet të ruajë kërkuesi? Duhet të mbahen kopje të kërkesës për pritje, të dokumentit që provon paraqitjen e kërkesës së azilit, të çdo komunikimi me Prefekturën, të përgjigjeve dhe të provave të mungesës së mjeteve. Nëse nuk jepet përgjigje, është e dobishme të dokumentohen datat dhe pasojat e pritjes së zgjatur. Një avokat mund të vlerësojë mjetin gjyqësor kundër heshtjes, duke kontrolluar autoritetin kompetent dhe kushtet procedurale. Dallimi i rëndësishëm E drejta për të marrë një vendim mbi kërkesën është e ndryshme nga përfitimi përfundimtar i një mase konkrete. Megjithatë, pa një përgjigje të arsyetuar, personi nuk mund të kuptojë nëse kërkesa është pranuar, është refuzuar ose çfarë dokumentesh mungojnë. Ky është thelbi i garancisë së afirmuar nga gjykata. Vendimi dhe burimi TAR Lombardia, Brescia, vendim nr. 974 i 31 tetorit 2025. Raporti i vendimit, Melting Pot Europa, 30 dhjetor 2025. Avv. Fabio Loscerbo Avokat me të drejtë përfaqësimi pranë Gjykatës Italiane të Kasacionit I regjistruar në Regjistrin e përfaqësuesve të interesave pranë Dhomës së Deputetëve të Italisë në fushën e imigracionit Përfaqësues interesash i regjistruar në Regjistrin e Transparencës të Bashkimit Evropian me numrin 280782895721-36 në fushën e Migracionit dhe Azilit ORCID: 0009-0004-7030-0428 Ky artikull është hartuar me ndihmën e mjeteve të inteligjencës artificiale, nën drejtimin, rishikimin dhe përgjegjësinë editoriale të autorit. https://ift.tt/HWnyulf

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Sipas TAR Lombardia, administrata duhet t'i përgjigjet kërkesës për pritje https://ift.tt/89LBaZW Sipas TAR Lombardia, administrata duhet t'i përgjigjet kërkesës për pritje edhe kur qendrat janë të mbingarkuara TAR Lombardia, seksioni i Brescias, me vendimin nr. 974 të 31 tetorit 2025, ka shqyrtuar mosveprimin e administratës përballë një kërkese për masa pritjeje të paraqitur nga një kërkues i mbrojtjes ndërkombëtare. Çështja ka rëndësi praktike për personat që nuk kanë strehim dhe mjete ekonomike ndërsa presin shqyrtimin e kërkesës së azilit. Faktet Një shtetas pakistanez kishte kërkuar të përfitonte nga sistemi i pritjes sipas dekretit legjislativ 142/2015, duke deklaruar se nuk dispononte mjete jetese. Edhe pse kishte paraqitur kërkesën dhe kishte dërguar disa kujtesa, administrata nuk i dha një përgjigje formale. Ndërkohë ai gjeti strehim të përkohshëm në struktura të organizatave të sektorit të tretë. Qëndrimi i administratës Në proces, autoritetet përmendën mbipopullimin e strukturave të pritjes dhe faktin se kërkuesi ishte në pritje të një vlerësimi nga Njësia Dublin. Këto janë rrethana që mund të ndikojnë organizimin praktik, por gjykata duhej të vendoste nëse ato justifikonin mungesën e plotë të një përgjigjeje ndaj kërkesës. Çfarë vendosi gjykata? TAR konstatoi paligjshmërinë e heshtjes administrative. Ai sqaroi se as mbipopullimi dhe as pritja e procedurës Dublin nuk e çlirojnë administratën nga detyrimi për t'iu përgjigjur kërkesës në afatet e ligjit. Ky është një vendim për detyrimin për të vepruar dhe për të dhënë përgjigje: nuk duhet interpretuar si një premtim se çdo kërkues do të marrë menjëherë një vend në një qendër të caktuar. Çfarë duhet të ruajë kërkuesi? Duhet të mbahen kopje të kërkesës për pritje, të dokumentit që provon paraqitjen e kërkesës së azilit, të çdo komunikimi me Prefekturën, të përgjigjeve dhe të provave të mungesës së mjeteve. Nëse nuk jepet përgjigje, është e dobishme të dokumentohen datat dhe pasojat e pritjes së zgjatur. Një avokat mund të vlerësojë mjetin gjyqësor kundër heshtjes, duke kontrolluar autoritetin kompetent dhe kushtet procedurale. Dallimi i rëndësishëm E drejta për të marrë një vendim mbi kërkesën është e ndryshme nga përfitimi përfundimtar i një mase konkrete. Megjithatë, pa një përgjigje të arsyetuar, personi nuk mund të kuptojë nëse kërkesa është pranuar, është refuzuar ose çfarë dokumentesh mungojnë. Ky është thelbi i garancisë së afirmuar nga gjykata. Vendimi dhe burimi TAR Lombardia, Brescia, vendim nr. 974 i 31 tetorit 2025. Raporti i vendimit, Melting Pot Europa, 30 dhjetor 2025. Avv. Fabio Loscerbo Avokat me të drejtë përfaqësimi pranë Gjykatës Italiane të Kasacionit I regjistruar në Regjistrin e përfaqësuesve të interesave pranë Dhomës së Deputetëve të Italisë në fushën e imigracionit Përfaqësues interesash i regjistruar në Regjistrin e Transparencës të Bashkimit Evropian me numrin 280782895721-36 në fushën e Migracionit dhe Azilit ORCID: 0009-0004-7030-0428 Ky artikull është hartuar me ndihmën e mjeteve të inteligjencës artificiale, nën drejtimin, rishikimin dhe përgjegjësinë editoriale të autorit. https://ift.tt/HWnyulf

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Sipas Gjykatës së Romës, gabimi në të dhënat e lejes së qëndrimit duhet korrigjuar https://ift.tt/WikY096 Sipas Gjykatës së Romës, gabimi në emër dhe mbiemër në lejen e qëndrimit duhet të korrigjohet Një gabim në dokumentet e identitetit mund të pengojë punësimin dhe marrëdhëniet me administratën. Gjykata e Romës, me vendim të 14 tetorit 2025, shqyrtoi çështjen e një shtetasi pakistanez, të cilit Komisioni Territorial i kishte njohur mbrojtjen subsidiare, por kishte ngatërruar emrin me mbiemrin në vendimin e vet. Questura kishte lëshuar më pas lejen e qëndrimit duke përsëritur të njëjtin gabim. Si lindi problemi? Dokumentet e mbrojtjes dhe leja e qëndrimit nuk përputheshin me të dhënat e sakta personale. Personi kërkoi korrigjimin nga Komisioni Territorial, por nuk mori përgjigje. Mospërputhja krijonte pengesa konkrete për identifikimin e tij, edhe përballë punëdhënësve dhe organeve publike. Çfarë vendosi gjykata? Gjykata urdhëroi Komisionin Territorial të korrigjonte vendimin për mbrojtjen subsidiare dhe Questura-n të korrigjonte lejen e qëndrimit. Ajo vlerësoi rëndësinë e pasojave të mosveprimit administrativ: dokumentet që përmbajnë të dhëna të ndryshme mund ta bëjnë të pamundur identifikimin e saktë dhe lidhjen e një kontrate të rregullt pune. Si mund të veprohet praktikisht? Kur emri, mbiemri, data ose të dhëna të tjera identifikuese janë gabim, duhen krahasuar dokumentet e origjinës, vendimi për mbrojtjen, leja e qëndrimit dhe kodi fiskal. Kërkesa për korrigjim duhet të paraqitet me shkrim, duke ruajtur dëshminë e dorëzimit. Nëse administrata nuk përgjigjet, mund të vlerësohet mjeti gjyqësor i përshtatshëm sipas natyrës së dokumentit dhe autoritetit kompetent. Çfarë nuk zgjidh automatikisht vendimi? Ky precedent lidhet me një gabim material të vërtetuar dhe nuk nënkupton se çdo ndryshim i të dhënave personale mund të bëhet pa prova. Korrigjimi i dokumenteve është i ndryshëm nga procedura për ndryshimin ligjor të identitetit ose për fitimin e një statusi të ri. Burimi i vendimit Gjykata e Romës, Seksioni i Imigracionit, vendim i 14 tetorit 2025. Përmbledhja e çështjes dhe burimi, Melting Pot Europa. Avv. Fabio Loscerbo Avokat me të drejtë përfaqësimi pranë Gjykatës Italiane të Kasacionit I regjistruar në Regjistrin e përfaqësuesve të interesave pranë Dhomës së Deputetëve të Italisë në fushën e imigracionit Përfaqësues interesash i regjistruar në Regjistrin e Transparencës të Bashkimit Evropian me numrin 280782895721-36 në fushën e Migracionit dhe Azilit ORCID: 0009-0004-7030-0428 Ky artikull është hartuar me ndihmën e mjeteve të inteligjencës artificiale, nën drejtimin, rishikimin dhe përgjegjësinë editoriale të autorit. https://ift.tt/HWnyulf

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وفقاً للمحكمة الإدارية في لاتسيو: العنوان الافتراضي لا يمنع طلب الجنسية https://ift.tt/hR3KOes وفقاً للمحكمة الإدارية في لاتسيو: العنوان البريدي الافتراضي لا يعني غياب الإقامة الفعلية عند طلب الجنسية تناولت المحكمة الإدارية الإقليمية في لاتسيو، في الحكم رقم 20649 الصادر في 19 نوفمبر/تشرين الثاني 2025، رفض طلب تجنّس لمواطن أجنبي بسبب تسجيله عنوان إقامة اصطلاحياً، إضافة إلى ملاحظات تتعلق بدخله خلال عامي 2020 و2021. وتوضح القضية الفرق بين العنوان المسجل في السجل المدني وبين التقييم الحقيقي للإقامة والاندماج. وقائع النزاع اعتبرت محافظة روما أن تسجيل صاحب الطلب في عنوان افتراضي لا يثبت إقامته الفعلية أو اندماجه في المجتمع الإيطالي، واستندت أيضاً إلى عدم كفاية بعض بيانات الدخل. لكن التسجيل في عنوان مخصص لمن لا يملك مسكناً ثابتاً قد يكون إجراءً قانونياً مشروعاً؛ فلا يمكن جعله، وحده، قرينة على أن الشخص لم يعش في إيطاليا. قرار المحكمة قبلت المحكمة الطعن وألغت الرفض، موضحةً أن الإدارة لا تستطيع افتراض غياب الاندماج استناداً إلى العنوان الاصطلاحي وحده. وإذا اشتبهت في وجود تسجيل غير حقيقي، فعليها إجراء تحقيق محدد ومعلل. كذلك رأت المحكمة قصوراً في فحص الدخل؛ إذ أقرت الإدارة نفسها أثناء الدعوى أن الحساب الصحيح، مع مراعاة وضع الأسرة والسنوات المعنية، يسمح باستيفاء الشرط. كما أن تراجع الدخل خلال فترة الجائحة لا يجوز تجاهل سياقه الاستثنائي. ما الأثر العملي؟ إذا كنت مسجلاً في عنوان اصطلاحي وتتقدم بطلب الجنسية، فاحتفظ بشهادات القيد والتاريخ السكني ووثائق العمل والضرائب وأي أدلة أخرى على الإقامة الحقيقية. وعند صدور رفض، اطلب أسبابه المكتوبة وتحقق مما إذا كانت الإدارة قد بحثت وضعك الفردي أم استخدمت افتراضاً عاماً. ومن المهم أيضاً مراجعة حساب الدخل في ضوء حجم الأسرة والسنوات الواجب تقييمها وفق القانون. حدود الحكم الحكم لا يمنح الجنسية تلقائياً ولا يعفي طالبها من شروط مدة الإقامة والدخل والسلوك وغيرها. لقد ألغي القرار لكي تعيد الإدارة فحص الطلب بصورة صحيحة. ويظل الفصل النهائي في الطلب خاضعاً للصلاحيات القانونية والوقائع المثبتة. المصدر القضائي المحكمة الإدارية الإقليمية في لاتسيو (TAR Lazio)، الحكم رقم 20649 بتاريخ 19 نوفمبر 2025. التقرير القضائي والمرجع، Melting Pot Europa. Avv. Fabio Loscerbo محامٍ مخوّل بالمرافعة أمام محكمة النقض الإيطالية مسجّل في سجل ممثلي المصالح لدى مجلس النواب الإيطالي في مجال الهجرة ممثل مصالح مسجّل في سجل الشفافية للاتحاد الأوروبي برقم 280782895721-36 في مجال الهجرة واللجوء ORCID: 0009-0004-7030-0428 أُعدّ هذا المقال بمساعدة أدوات الذكاء الاصطناعي، تحت توجيه المؤلف ومراجعته ومسؤوليته التحريرية. https://ift.tt/HWnyulf

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Secondo il Tribunale di Palermo, cittadinanza dei minori e convivenza familiare sostanziale

Secondo il Tribunale di Palermo, la cittadinanza dei figli minori può derivare da una convivenza familiare sostanziale anche senza identica residenza anagrafica

Una separazione fra i genitori non elimina necessariamente la continuità della vita familiare. La sentenza del Tribunale di Palermo dell'11 giugno 2026 affronta una questione di notevole rilievo nell'applicazione dell'articolo 14 della legge n. 91/1992: come valutare il requisito della convivenza quando il genitore naturalizzato italiano esercita concretamente la responsabilità genitoriale, ma i figli minori risultano residenti con l'altro genitore?

Il caso concreto

Un cittadino tunisino, divenuto italiano in seguito a decreto presidenziale del novembre 2022, aveva richiesto il 25 giugno 2025 al Comune il riconoscimento della cittadinanza per i figli, minori al momento della naturalizzazione. I figli risiedevano anagraficamente con la madre, a seguito della separazione. Una decisione della Corte d'Appello di Palermo aveva però previsto l'affidamento condiviso, e il padre partecipava alla crescita e al mantenimento dei minori. Il Comune aveva negato il riconoscimento a causa della diversa residenza registrata.

La decisione

Il Tribunale di Palermo ha accolto la domanda e dichiarato i minori cittadini italiani. Ha valorizzato la natura sostanziale del rapporto familiare, considerando la continuità dei legami affettivi, morali e materiali e l'esercizio effettivo della responsabilità genitoriale. Il dato anagrafico non è stato considerato criterio esclusivo per stabilire la convivenza rilevante ai sensi della normativa esaminata.

Perché la residenza anagrafica non esaurisce la realtà familiare

L'anagrafe costituisce una fonte di prova importante, ma non descrive necessariamente tutta l'organizzazione della vita di un minore dopo la separazione dei genitori. L'affidamento condiviso, i tempi di frequentazione, le decisioni sull'educazione e il contributo al mantenimento possono dimostrare un rapporto familiare concreto. Ciò non significa che la convivenza possa essere sempre presunta dal solo vincolo di filiazione: occorre dare conto delle modalità effettive del rapporto.

Le implicazioni per l'istruttoria

La vicenda suggerisce di riunire, nei procedimenti analoghi, il provvedimento di naturalizzazione, le certificazioni di nascita e residenza, le decisioni sull'affidamento, i documenti relativi al mantenimento e gli elementi che dimostrano la presenza continuativa del genitore nella vita del figlio. Il rifiuto amministrativo deve essere esaminato alla luce del regime legale applicabile alla situazione e dell'eventuale disciplina transitoria, specie dopo gli interventi legislativi del 2025.

Una questione di metodo

La decisione palermitana invita a distinguere prova documentale e fatto giuridico da accertare. Il diritto alla cittadinanza dei minori non può essere ridotto a un automatismo catastale o anagrafico; d'altra parte, non può nemmeno prescindere dalle condizioni fissate dal legislatore. L'approccio corretto è un accertamento rigoroso della relazione familiare, basato su prove e non su presunzioni astratte.

Pronuncia e fonte

Tribunale ordinario di Palermo, sentenza dell'11 giugno 2026, sull'articolo 14 della legge 91/1992 e la convivenza sostanziale in affidamento condiviso. Ricostruzione della sentenza, Melting Pot Europa, 14 settembre 2026.


Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
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venerdì 30 ottobre 2026

Tribunale di Torino, RG 17608/2026: la manifestazione di volontà e il regime transitorio del nuovo Patto europeo

La determinazione della disciplina applicabile a una domanda di protezione internazionale può dipendere dalla data della prima manifestazione di volontà del richiedente oppure da quella della successiva formalizzazione amministrativa. La distinzione è decisiva soprattutto quando, fra i due momenti, sia intervenuta una riforma delle procedure. Il Tribunale di Torino, con decreto cautelare del 9 ottobre 2026, RG 17608/2026, si è confrontato con questa difficoltà nel passaggio al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.

L’articolo 79, paragrafo 3, del regolamento (UE) 2024/1348 contiene una disciplina intertemporale che fa riferimento alla formalizzazione della domanda. La normativa nazionale transitoria, e in particolare l’articolo 17, comma 4, del decreto-legge n. 100 del 2026, utilizza invece la nozione di presentazione, sollevando una questione interpretativa che non può essere risolta senza confrontare il ruolo del richiedente e quello dell’amministrazione.

Il punto sostanziale è che l’accesso alla procedura di asilo si apre attraverso l’espressione della volontà di chiedere protezione. La successiva attività di registrazione e formalizzazione dipende dall’organizzazione degli uffici, dalle disponibilità degli appuntamenti e dai tempi della Questura. Se i ritardi amministrativi determinassero automaticamente l’applicazione di un regime successivo e più restrittivo, il richiedente subirebbe conseguenze processuali non dipendenti dalla sua condotta.

Nel caso esaminato la manifestazione della volontà di chiedere asilo era stata documentata prima del 12 giugno 2026, mentre la formalizzazione era avvenuta successivamente. Il Tribunale ha valorizzato la nozione di presentazione contenuta nella disciplina transitoria interna e ha ritenuto non applicabile, nella fattispecie, la procedura accelerata invocata dall’amministrazione sulla base della data successiva. Ha quindi accertato l’effetto sospensivo del ricorso e il diritto a permanere durante il giudizio.

La pronuncia non deve essere trasformata in una regola generale definitivamente consolidata sull’intera normativa intertemporale: si tratta di una decisione cautelare, fondata su una specifica ricostruzione del rapporto fra fonti nazionali ed europee. Essa evidenzia però un problema giuridico reale, che riguarda l’effettività dell’accesso alla protezione e il principio di affidamento.

Nella pratica professionale assumono particolare importanza le prove della prima manifestazione di volontà: comunicazioni PEC, ricevute, richieste di appuntamento e altri elementi idonei a dimostrare che la persona si era già rivolta all’autorità. Il momento in cui lo Stato riesce a formalizzare la domanda non dovrebbe essere confuso, senza adeguato fondamento normativo, con il momento in cui la persona ha chiesto protezione.

Il decreto di Torino offre quindi uno spunto importante sul rapporto fra continuità della tutela giurisdizionale, successione delle norme e responsabilità organizzativa dell’amministrazione.

Avv. Fabio Loscerbo

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Corte d'appello di Roma n. 3775/2026: assegno sociale e prova dei redditi percepiti all'estero

Per il riconoscimento dell’assegno sociale a un cittadino straniero regolarmente soggiornante può essere richiesto un certificato reddituale rilasciato dalle autorità del suo Paese d’origine, tradotto e legalizzato, come condizione ulteriore rispetto alle verifiche previste per i residenti italiani? La Corte d’appello di Roma, sezione lavoro, con sentenza n. 3775 del 24 settembre 2026, ha affrontato la questione nel contenzioso relativo a un diniego dell’INPS.

Il problema riguarda il rapporto fra prova della condizione economica, residenza fiscale e divieto di discriminazione. L’esistenza di redditi eventualmente prodotti all’estero costituisce certamente un dato rilevante per verificare l’accesso a una prestazione assistenziale subordinata a requisiti reddituali. Ma la necessità di accertare tali risorse non autorizza automaticamente l’imposizione, al solo cittadino straniero, di un mezzo di prova aggiuntivo che non trovi adeguato fondamento normativo.

Secondo la ricostruzione della decisione resa pubblica dai repertori specialistici, la Corte ha valorizzato l’articolo 3 del testo unico delle imposte sui redditi e la soggezione dei residenti in Italia al sistema di imposizione sui redditi, indipendentemente dalla cittadinanza e dal luogo in cui questi siano prodotti, fatte salve le regole per evitare la doppia imposizione. In tale prospettiva non risulterebbe giustificato richiedere, come condizione necessaria per l’assegno sociale, la certificazione specificamente proveniente dal Paese d’origine.

La sentenza ha riformato l’impostazione adottata nel primo grado di giudizio. Non deve tuttavia essere letta come un’esenzione dello straniero dall’onere di provare la situazione economica o come un riconoscimento automatico della prestazione. Il requisito reddituale resta soggetto a verifica; ciò che viene in discussione è la legittimità di un particolare aggravamento documentale collegato alla nazionalità del richiedente.

La rilevanza professionale è significativa. Nel contenzioso sulle prestazioni sociali occorre separare la verifica sostanziale del reddito dalle modalità amministrative della sua dimostrazione, individuando la fonte della richiesta documentale e controllando se essa imponga un trattamento differenziato ragionevolmente giustificabile.

Il principio riguarda anche la qualità delle prassi amministrative. Il controllo dell’accesso a risorse pubbliche è un dovere dell’ente previdenziale, ma il sistema delle prove non può essere costruito su presunzioni generali legate alla condizione di straniero.

La ricostruzione del caso è basata sulle rassegne giurisprudenziali che hanno divulgato la sentenza n. 3775/2026; il testo integrale non è stato direttamente acquisito. Gli ulteriori dettagli processuali dovranno pertanto essere verificati sul provvedimento completo prima di ricavarne ulteriori proposizioni interpretative.

Avv. Fabio Loscerbo

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Corte d'appello di Catanzaro, 23 settembre 2026: soccorso in mare, ordini libici e illegittimità del fermo della Humanity 1

Il potere amministrativo di sanzionare le navi impegnate nel soccorso in mare incontra un limite quando le istruzioni delle autorità di coordinamento comporterebbero il trasferimento delle persone soccorse verso un luogo non sicuro. La Corte d’appello di Catanzaro, con una sentenza del 23 settembre 2026 relativa alla nave Humanity 1, ha affrontato il rapporto fra ordini provenienti dalle autorità libiche, obblighi di soccorso e legittimità delle sanzioni amministrative.

La vicenda riguarda un fermo disposto nel dicembre 2023 nei confronti della nave umanitaria in seguito al mancato rispetto di indicazioni attribuite alla cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo le ricostruzioni pubbliche della decisione, il giudice d’appello ha riformato la pronuncia di primo grado, ritenendo illegittimo il fermo perché le istruzioni in discussione avrebbero implicato il ritorno delle persone soccorse in un territorio che non offre le necessarie garanzie di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.

Il diritto del mare e gli obblighi di ricerca e soccorso non si esauriscono nel recupero fisico delle persone dalla situazione di pericolo. L’intervento deve condurre, secondo le regole internazionali applicabili, a un luogo sicuro, ove l’incolumità dei sopravvissuti e il rispetto dei loro diritti fondamentali possano essere effettivamente garantiti. La qualificazione del luogo di sbarco deve fondarsi sulle condizioni reali e non esclusivamente sull’indicazione impartita da un’autorità marittima.

Nel giudizio assume rilievo anche la distinzione fra il dovere ordinario di cooperare al coordinamento delle operazioni e la pretesa di eseguire istruzioni incompatibili con obblighi superiori. L’esistenza di un ordine non ne comporta automaticamente la vincolatività giuridica, se l’esecuzione determinerebbe la violazione delle regole poste a protezione della vita e della persona.

Non si può tuttavia desumere dalla vicenda una generale immunità delle navi umanitarie dalle norme nazionali di coordinamento e controllo. La legittimità di ciascuna sanzione richiede la verifica dei fatti, della competenza delle autorità, del contenuto effettivo delle istruzioni e della compatibilità del comportamento richiesto con il quadro normativo.

Per il contenzioso amministrativo e civile la pronuncia pone in risalto il nesso fra accertamento delle condizioni di sicurezza, motivazione del fermo e valutazione della condotta del comandante. È un tema sul quale la documentazione operativa, i messaggi radio e le circostanze del soccorso assumono evidente importanza probatoria.

La sentenza è attualmente esaminata sulla base di fonti che ne riferiscono l’esito e gli argomenti principali; il testo integrale e il numero ufficiale non sono stati acquisiti. Le considerazioni qui formulate sono pertanto limitate ai dati verificati nella documentazione pubblicamente disponibile.

Avv. Fabio Loscerbo

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CGUE, C-521/25 Commissione contro Ungheria: l'espulsione non può sostituire automaticamente una pena per traffico di esseri umani

La trasformazione automatica di una pena detentiva definitiva in un obbligo di lasciare il territorio nazionale può essere incompatibile con il diritto dell’Unione quando priva la risposta penale di effettività, capacità dissuasiva e proporzionalità. È la questione affrontata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, decima sezione, nella sentenza del 15 ottobre 2026, causa C-521/25, Commissione contro Ungheria, ECLI:EU:C:2026:875.

Il procedimento per inadempimento riguarda la disciplina ungherese introdotta nel 2023, relativa a persone condannate per reati di traffico di esseri umani ai quali sia stata applicata anche l’espulsione. Il meccanismo consentiva di convertire automaticamente la detenzione residua in una forma speciale di reintegrazione che, nella sostanza, si traduceva nell’obbligo di lasciare il Paese entro settantadue ore e nel divieto di farvi ritorno per il periodo corrispondente.

La Corte ha esaminato se tale meccanismo fosse compatibile con gli obblighi europei che impongono sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. Il dato determinante non è la denominazione nazionale della misura, ma il suo contenuto reale: quando la pena detentiva irrogata non viene eseguita e la risposta si riduce all’allontanamento, viene meno un elemento essenziale dell’effettività della sanzione.

Il giudice europeo ha valorizzato inoltre il carattere automatico della conversione. La mancanza di un accertamento individuale sulle caratteristiche del reato, sulla condotta dell’autore e sulle circostanze della vicenda impedisce di giustificare la misura come risposta proporzionata al fatto accertato. L’automatismo presenta quindi una duplice criticità: attenua la risposta rispetto alla pena irrogata e impedisce di modulare la decisione in funzione delle particolarità del caso.

La pronuncia non afferma che ogni alternativa alla detenzione sia contraria al diritto europeo né vieta agli Stati di disporre l’allontanamento degli stranieri che abbiano commesso reati. La questione concerne lo specifico assetto sanzionatorio ungherese e la sua capacità di soddisfare gli obblighi europei in materia di repressione del traffico di esseri umani.

La differenza tra allontanamento amministrativo, conseguenze migratorie della condanna ed esecuzione della sanzione penale deve rimanere netta. Un provvedimento che incide sul diritto di soggiorno non coincide necessariamente con la pena imposta dall’ordinamento per il reato commesso.

Dal punto di vista sistematico, la sentenza richiama una regola generale di legalità sostanziale: l’efficacia delle politiche di sicurezza non può essere misurata soltanto attraverso l’espulsione dal territorio, quando il diritto sovranazionale richiede una sanzione penale effettiva e individualmente proporzionata. L’accertamento di inadempimento comporta per lo Stato interessato l’obbligo di conformarsi alla decisione.

Avv. Fabio Loscerbo

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