Trieste: due mesi per formalizzare l’asilo e poi procedura accelerata
Tra gli sviluppi italiani segnalati dall’EUAA nel settembre 2026 emerge una prassi che merita particolare attenzione: secondo quanto denunciato dal Consorzio Italiano di Solidarietà di Trieste, alcuni richiedenti protezione internazionale sarebbero rimasti senza accoglienza nell’attesa di formalizzare la domanda presso la Questura, con tempi che in alcuni casi avrebbero superato i due mesi.
Il dato deve essere trattato con precisione. Non siamo di fronte a una sentenza che abbia già accertato in via generale l’illegittimità della prassi, ma a una segnalazione classificata dall’EUAA come “Practice”. Proprio per questo il tema va seguito sul piano documentale e processuale, perché il nuovo Patto europeo ha reso ancora più importante distinguere il momento della manifestazione della volontà di chiedere asilo da quello della registrazione e della successiva formalizzazione.
Il problema diventa particolarmente delicato quando, dopo un’attesa amministrativa molto lunga, il richiedente viene inserito in una procedura accelerata di frontiera caratterizzata da termini estremamente compressi. In una situazione del genere occorre verificare che il ritardo organizzativo a monte non finisca per consumare, a valle, il tempo effettivamente disponibile per comprendere il procedimento, reperire un difensore, raccogliere la documentazione e predisporre l’impugnazione.
Per la difesa diventa quindi essenziale ricostruire una cronologia completa: data della prima manifestazione della volontà di chiedere protezione; data del primo contatto con la Questura; eventuale prenotazione o attestazione; ingresso o mancato ingresso nell’accoglienza; data della registrazione; data del modello C3; consegna dell’informativa; provvedimento sulla procedura applicata; audizione; notifica della decisione e termine effettivo per il ricorso.
Il nuovo sistema europeo accelera molte fasi, ma la rapidità non può trasformarsi in una compressione derivante da ritardi imputabili all’Amministrazione. Se lo Stato impiega settimane per consentire l’accesso alla procedura, quel tempo non può essere scaricato sul richiedente come se fosse rimasto inattivo per propria scelta.
La questione di Trieste sarà quindi da monitorare con attenzione, perché può diventare uno dei punti più importanti del contenzioso post-Patto: non soltanto quale procedura si applica, ma da quale momento il richiedente deve essere considerato entrato realmente nel sistema di protezione e quali conseguenze producono i ritardi nella formalizzazione.
Avv. Fabio Loscerbo
Avvocato Cassazionista
Iscritto nel Registro dei rappresentanti di interessi della Camera dei deputati in materia di Immigrazione
Lobbista registrato presso il Registro per la Trasparenza dell’Unione europea n. 280782895721-36 in materia di Migrazione e Asilo
ORCID: 0009-0004-7030-0428
Articolo redatto con l’ausilio di strumenti di AI, sotto la direzione, revisione e responsabilità editoriale dell’autore.
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